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Maremma ROSSA  Antimperialista.

Golpe in #Venezuela e capitale finanziario: avvoltoi e spartizione del bottino/Golpe de Estado en Venezuela y capital financiero: Los buitres y el reparto del botín

6 Febbraio 2019 , Scritto da SIEMPREREVOLUCION Con tag #golpeVenezuela, #Aggressioni USA, #Antimperialismo, #antifascismo, #PDVSA

L’attuale battaglia in Venezuela è anche uno scontro geopolitico globale. Il Venezuela (grazie alla particolare capacità di Chavez di intrecciare alleanze internazionali) è un territorio della nuova guerra fredda. Quello che succede in Venezuela passa non solo da Washington, ma anche da Beijín e Mosca.

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Appena due giorni dopo il colpo di Stato del 23 gennaio, una delle più note agenzie di rating di rischio, Standard&Poor, pubblicava in un rapporto le possibili misure economiche che verranno prese dall’autoproclamato “presidente ad interim” Juan Guaidó (1). Come previsto, dopo questo colpo di Stato (in corso), una delle prime misure è la modifica della legge sugli idrocarburi, per consentire maggiore controllo estero del settore petrolifero. All’unisono, l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, raccomandava, sul social network, cosa dovrebbe fare il “presidente provvisorio” per prendere il controllo della società CITGO, proprietà dello Stato venezuelano. Rodriguez sottolineava: “Il nuovo governo deve procedere ad informare le corti statunitensi della nomina di nuovi rappresentanti legali per difendere gli interessi della nazione e proteggere i beni dal bottino che i rappresentanti di Nicolás Maduro sicuramente cercheranno di fare” (2). Poi, prima del fine settimana, l’ingegnere venezuelano Ricardo Hausman scriveva nel suo account Twitter: “Il presidente Guaidó ha un piano economico per avviare la ripresa del Venezuela (…)” (3). Cioè, Hausman annuncia che Guaidó ha un piano economico per iniziare la ripresa del Venezuela. Il professore di Harvard, all’inizio del 2018, aveva già avanzato lo scenario che ora viene attuato. A quel tempo, scrisse un articolo in cui giustificava intervento militare e un’operazione di salvataggio (economica) di Stati Uniti e alcuni Paesi dell’America Latina (4). È impressionante come un anno prima dettagliasse la sceneggiatura statunitense viene ora letta (ed interpretata) da Bolton e Guaidó. Non è molto difficile immaginare chi abbia partecipato all’elaborazione di tale pacchetto economico, e probabilmente la risposta porterà alcuni personaggi che vi hanno partecipato con entusiasmo all’elaborazione del piano economico che il golpista Pedro Carmona Estanga aveva a disposizione nell’aprile 2002. I golpe di destra, come dimostrato in Cile nel 1973, richiedono un “mattone” (come fu chiamato in quel momento il programma economico di Pinochet) preparato da squadre di economisti, dove dovrebbero risaltare chi sia nato nei Paesi in cui gli Stati Uniti pianificano i colpi di Stato. In questo caso, è assai probabile che tra tali autori del Piano economico del golpista Carmona (11 aprile 2002), fu un amico e allievo di Ricardo Hausman, l’economista Francisco Rodríguez. A dimostrazione dell’allineamento di tali portavoce della strategia imperialista, il governo degli Stati Uniti annunciava il sequestro delle attività estere di PDVSA e l’assegnazione dei conti bancari a favore dell’usurpatore Guaidó. Oltre 7 miliardi di dollari venivano confiscati illegalmente in beni PDVSA e circa 12 miliardi in esportazioni di greggio. In cambio, Mike Pompeo annunciava che a Guaidó sarebbero stati dati 20 milioni di dollari apparentemente destinati all’aiuto umanitario. A dire il vero, il piano di Hausman era coordinato col piano imperiale, dato che dichiarò nell’agosto 2018 che il salvataggio dell’economia venezuelana deve contemplare un finanziamento di circa 80 miliardi di dollari per i prossimi due anni, circa 20 miliardi in donazioni multilaterali (Banca mondiale, Nazioni Unite, Banca interamericana di sviluppo) e circa 60 miliardi dal Fondo monetario internazionale (5). L’intervento militare e il debito estero sono due meccanismi di invasione e consolidamento del dominio imperialista, mortali per i popoli in cui avanzano.

Petrolio come oggetto del confronto


La politica petrolifera di Chavez, contenuta nella legge sugli idrocarburi, è stata una delle principali e più importanti riforme nazionaliste e di sviluppo che hanno avuto luogo durante la prima fase del governo di Hugo Chavez. Era la principale e più fondamentale, perché fronteggiò il nucleo del modello di accumulazione del capitalismo venezuelano dipendente: presa e distribuzione delle grandi entrate petrolifere. Alcuni mesi dopo il primo governo di Hugo Chávez, i settori conservatori reagirono a tale audacia del processo bolivariano. Lo stesso atteggiamento assunsero le classi sociali che dipendevano dal latifondo contro la legge sulla terra (un’altra delle riforme fondamentali). I tentativi di rovesciare Chavez furono motivati dalle passioni scatenate nei principali interessati: i capitalisti nazionali (o locali) e il capitale transnazionale e i suoi Stati imperialisti. Non possiamo analizzare la trama politica che accompagna l’avanzata del Chavismo senza considerare la particolare lotta di classe che caratterizza questa economia capitalista dipendente e petrolifera. Alí Rodríguez Araque ha sempre sottolineato che la principale contraddizione capitale-lavoro, nel nostro caso e nel nostro tempo, era influenzata dalla contraddizione capitale-terra (risorse naturali) per evidenziare, in questo modo, la particolarità del nostro capitalismo dipendente, sul cui accumulo capitalista hanno grande influenza le entrate petrolifere. Uno dei modi per generare un processo di distribuzione sociale del reddito tra i settori popolari e produttivi nazionali, aveva come premessa principale il controllo della fonte di generazione e acquisizione del reddito, cioè: il controllo della compagnia petrolifera di Stato PDVSA. All’inizio del governo di Chávez, la compagnia petrolifera statale era risultato della nazionalizzazione che portò all’esistenza di uno Stato nello Stato, poiché PDVSA assunse la figura di “corporation mondiale” (definita dalla propria direzione), dove una casta sociopolitica si allineò agli interessi del capitale transnazionale e alla politica energetica degli Stati imperialisti. Era, quindi comprensibile la partecipazione del top management corporativista di tale PDVSA, nella strategia insurrezionale della destra nel colpo di Stato contro il governo nazionalista-popolare di Hugo Chávez (eletto secondo le regole elettorali della democrazia borghese). Tale azione si concluse con la sconfitta disastrosa dei promotori del cosiddetto “sciopero” petrolifero. In conclusione: la presa del potere reale concentrata nella PDVSA, da parte del governo bolivariano di Hugo Chávez, fu realizzata nel 2003; l’azione insurrezionale che coinvolse il sabotaggio dell’industria petrolifera trovò una correlazione di forze assai favorevoli a Chavez, con un’intensa mobilitazione popolare e la pulizia dei comandi militari. Il nazionalismo promosso da Chavez, l’unità civile-militare e l’alto livello di consapevolezza dei settori popolari, ruppe la strategia di un’élite la cui cultura disprezzava i lavoratori. Più di una volta, la strategia del diritto di opposizione (obbedendo alle istruzioni dirette dal Nord) fu, in pratica, uno dei migliori alleati dell’avanzata del Chavismo. Il governo di Chávez prese il controllo dello Stato parallelo e autonomo istituito nel PDVSA dalla sua nazionalizzazione, e quindi poteva intraprendere un processo di distribuzione del reddito petrolifero tra settori sociali svantaggiati e cercare di finanziare lo sviluppo di un modello economico che presentava come alternativo.

Avvoltoi e squali


La discussione sul successivo uso corretto di quel surplus di petrolio sotto controllo governativo e la sua fuga verso conti esteri, è un dibattito in sospeso nel bilancio della storia dei governi di Chavez. Tuttavia, di questa opportunità, ciò che interessa risaltare sono gli attori dietro il bottino che viene messo all’asta, in questo momento, tra le potenze imperiali. Tale bottino è la Repubblica Bolivariana del Venezuela, non solo le sue risorse naturali ma anche la sua istituzione politica, cioè la sua esistenza come nazione sovrana e indipendente. In questa pignata, il ruolo dei rappresentanti del capitale finanziario è definitivo, anche se non è così evidente. Naturalmente, altre componenti del capitale transnazionale partecipano al saccheggio imperialista, ad esempio i cartelli energetici e il complesso industriale militare statunitense ed europeo. Il capitale finanziario può essere classificato come capitale finanziario transnazionale e capitale finanziario (nazionale) locale. L’agenzia di rating Standard&Poor (S&P), da oltre 23 anni mantiene una valutazione del rischio del Paese assolutamente parziale (sfavorevole) politicamente. Da quando nacque il governo Chavez, per gli analisti finanziari e la loro oscura metodologia di valutazione del rischio del paese, il vero obiettivo era squalificare politicamente un’esperienza che andava contro gli interessi del capitale mondiale. Allo stesso tempo, le agenzie di rating approfittavano delle informazioni ottenute dalle statistiche ufficiali, per utilizzarle nella speculazione finanziaria. Naturalmente, dietro S&P e altre agenzie di valutazione del rischio vi sono le grandi banche di investimento, i rappresentanti di quel capitale finanziario globale che ha dominato, dalla metà degli anni ’70, la logica dell’accumulazione planetaria. Francisco Rodríguez, non molto tempo fa rappresentante della Bank of America in America Latina, e Ricardo Hausman sono le facce intellettuali degli interessi del capitale finanziario internazionale e delle Istituzioni Internazionali Finanziarie (IFI) i cui principali esponenti sono Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Nel territorio nazionale, la banca locale era l’ultima custode e rapinatrice della rendita petrolifera, consentendone il massiccio trasferimento all’estero. I gruppi finanziari nazionali come Banesco e Banco Occidental de Descuento (BOD), e transnazionali come BBVA, hanno avuto un’espansione esponenziale basata su amministrazione e concentrazione delle entrate petrolifere, facilitando il loro volo all’estero. Banesco continuava a superare i giganti bancari della Spagna acquisendo banche in quel territorio periferico dell’Unione europea, mentre BOD si concentrava sul consolidamento di un monopolio bancario, rafforzando nel contempo l’influenza sulle principali decisioni finanziarie del governo, in particolare nella politica di cambio in cui diresse gli sforzi dello smantellamento del controllo dei cambi. SITME ieri e oggi Interbanex, sono proposte di cambio che non lasciavano le istituzioni governative responsabili delle politiche finanziarie e monetarie, ma i nuclei consultivi del private banking. E i banchieri non avevano bisogno di essere alla presidenza della Banca Centrale o del Ministero delle Finanze come nella IV Repubblica. Col potere che hanno concentrato, la rapina dell’economia venezuelana insieme alla vocazione imprenditoriale di certi alti funzionari governativi e la mediocrità nella gestione della politica economica, potrebbero e possono influenzare la politica economica. Il governo Chavez ottenne il controllo sull’amministrazione della rendita petrolifera nella presa e distribuzione primaria (PDVSA e controllo del cambio), ma non stabilì meccanismi per evitare il massiccio flusso di essa verso l’estero e l’uso efficiente per la trasformazione strutturale. Il governo ha la mucca ma gran parte del latte finisce nelle mani della borghesia locale che l’usa per esportarla nel sistema finanziario internazionale. La fuga di capitali e lo smantellamento del controllo dei cambi (altamente inefficiente e corrotto), riuscì a convincere lo Stato venezuelano a perdere il controllo sulla destinazione finale della rendita del petrolio e permise al capitale finanziario nazionale e internazionale di deciderne la politica di cambio, fino al punto di stabilirne il tasso. Allo stesso tempo, il capitale finanziario internazionale adattava una sua strategia di rapina dell’economia venezuelana: i concessionari della banca internazionale riuscirono a vendere a PDVSA (comandata da Rafael Ramirez), Ministero delle Finanze e Banca Centrale uno strumento finanziario che, nelle sue varie varianti, consisteva nell’emissione di obbligazioni denominate in dollari e che potevano essere acquistate in bolivar. Tale strumento e l’emissione incontrollata di vaglia cambiari per finanziare la PDVSA divennero una delle corde (se non la principale) che legava il collo alla “bella rivoluzione”. Questo meccanismo divenne il viadotto che consentiva la rapida e sostanziale fuga di capitali con protagonista principalmente cogli Amos del Valle contemporaneo (potenza effettiva concentrata a Caracas). Non è l’unico meccanismo di fuga, ma il più legittimo e sfacciato. Il colpo di Stato in corso è il coronamento di una strategia che si chiude con la distribuzione del bottino dei beni della PVDSA e altre ricchezze dello Stato nazionale. Il successo dell’attuazione del governo di transizione e l’imposizione di un governo alleato consentiranno l’attuazione di un programma economico che implichi il massiccio indebitamento. Il debito estero generato da un probabile governo di destra sarà responsabile della protezione delle catene di dipendenza e controllo delle risorse naturali.

Non solo petrolio e risorse naturali sono la causa delle interferenze imperialiste


D’altra parte, ripetere che “ciò che è dietro al colpo è solo il petrolio” (e altre ricchezze naturali) non può essere che una verità ovvia che con una terribile omissione. L’analisi del caso venezuelano e dell’attuale rancore interventista dell’imperialismo nordamericano ed europeo non dovrebbe essere ridotta alla necessità geostrategica di controllare i giacimenti petroliferi. È importante riconoscere che la battaglia combattuta in Venezuela è anche di confronto e contenimento di paradigmi contrari allo status quo imposto dal sistema di dominio del capitale mondiale. L’attuale battaglia in Venezuela è anche uno scontro geopolitico globale. Il Venezuela (grazie alla particolare capacità di Chavez di intrecciare alleanze internazionali) è un territorio della nuova guerra fredda. Quello che succede in Venezuela passa non solo da Washington, ma anche da Beijín e Mosca. Questa analisi, che tocca solo uno dei fattori strutturali dell’economia venezuelana, mira a trascendere le analisi macroeconomiche positiviste e neoclassiche che predominano nelle forze filo-imperialiste e nelle forze che si riuniscono nel polo sinistro dello spettro politico venezuelano (6), rimanendo in superficie, accusando gli uni il governo e altri il blocco economico. Omettono sia il protagonismo degli attori, classi o poteri di fatto che determinano le tendenze nella fucina della lotta di classe, così come le caratteristiche strutturali del capitalismo venezuelano. Non dovrebbe esserci un’analisi limitata alla diagnosi, ma una che dovrebbe consentire di fornire indicazioni per la costruzione di una strategia di politica economica di mutamento. In questi percorsi o temi possiamo evidenziare il peso del debito estero, il controllo del capitale, il controllo del cambio, la disciplina del private banking (regolamentazione o nazionalizzazione?) e la necessità di riprendere la politica petrolifera originale (non quello deviata dalla gestione di Rafael Ramírez). Allo stesso tempo, assumere una stabilizzazione inflazionistica non regressiva o recessiva. Elementi che analizzeremo in seguito e che dovrebbero far parte dell’agenda delle forze del cambiamento radicale.

Note
[1] Vedi, SP Global
[2] Vedi, Twitter
[3] Vedi, Twitter
[4] Project syndicate
[5] El Pais
[6] È interessante (esasperante) vedere i portavoce dei fattori che coesistono nel Chavismo come siano intossicati da concezioni e paradigmi economici finora difesi dalla destra. Ecco come vediamo che per difendere la liberalizzazione/flessibilizzazione dei cambi, criticare “l’emissione inorganica di denaro” (oltre a attribuirla quale principale causa dell’inflazione), proporre l’obiettivo del “deficit zero”, utilizzare una politica monetaria bipolare con inclinazione ad annegare il credito con la contrazione, le condizioni flessibili per gli investimenti privati… sono diventati il frequente riferimento sia delle autorità economiche governative sia degli ex-ministri.

* Economista venezuelano, membro della Sociedad de Economía Política Crítica (SER). Distribuito dal Centro latinoamericano per l’analisi strategica (CLAE)

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org

 

Espanol original :

 

Simón Andrés Zúñiga|

Apenas dos días después del golpe del 23 de Enero, una de las más conocidas agencias calificadoras de riesgo país, Standard & Poor, ha publicado en un informe las posibles medidas económicas que tomará el autoproclamado “presidente interino”  Juan Guaidó (1).

Como se esperaba, después de este golpe de Estado (en proceso), unas de las primeras medidas es la modificación de la Ley de Hidrocarburos, para que permita un mayor control extranjero del sector petrolero.

Al unísono, el economista venezolano Francisco Rodríguez, recomienda, a través de su red social, qué debe hacer el “presidente provisional”, para tomar control de la empresa CITGO, propiedad del Estado venezolano. Rodríguez señala “El nuevo gobierno debe proceder a comunicarle a los tribunales norteamericanos el nombramiento de nuevos representantes legales para defender los intereses de la nación y proteger los activos del saqueo que con seguridad intentaran hacer los representantes de Nicolás Maduro”(2).

Francisco Rodriguez, ex Bank of America

Luego, antes de cerrar la semana, el ingeniero venezolano Ricardo Hausman, escribe en su cuenta Twitter: “President Guaidó has an economic plan to start the recovery of Venezuela (…)” (3). Es decir, Hausman anuncia que Guaidó cuenta con un plan económico para iniciar la recuperación de Venezuela. El profesor de Harvard, a principios del 2018 ya había adelantado el escenario que ahora se está ejecutando.

En ese momento, escribió un artículo donde justificaba una intervención militar y una operación de rescate (económico) por parte de Estados Unidos y algunos los países latinoamericanos (4). Es impresionante como un año antes, detalló parte del guión estadounidense que ahora están leyendo (e interpretando) Bolton y Guaidó.

No es muy difícil imaginar quiénes participaron en la elaboración de este paquete económico, y probablemente la respuesta llevará a algunos personajes que también participaron entusiasmadamente en la elaboración del plan económico que el golpista Pedro Carmona Estanga tenía a su disposición en abril de 2002.

Los golpes de Estado de derecha, como se demostró en Chile en 1973, necesitan de un “ladrillo” (así se le llamó en ese momento al programa económico de Pinochet) elaborado por equipos de economistas,  donde deben destacar los nacidos en el país donde Estados Unidos ha planificado el golpe. En este caso, es altamente probable que entre estos autores del Plan Económico del golpista Carmona (11 de abril de 2002), estuvo uno de los amigos y pupilo de Ricardo Hausman, el economista Francisco Rodríguez.

Como demostración de la alineación de estos voceros con la estrategia imperialista, el gobierno estadounidense anunció el secuestro de activos externos de PDVSA y la asignación de las cuentas bancarias a favor del usurpador Guaidó.  Se confiscaron ilegalmente más de 7 mil millones de dólares en activos de PDVSA y unos 12.000 millones de dólares en exportación de crudo. A cambio, Mike Pompeo anunció que le darán a Guiadó 20 millones de dólares destinado supuestamente a la ayuda humanitaria.

Ricardo Hausman, ex ministro de Carlos Andrés Pérez, hombre del BM

De seguro, el plan de Hausman estaba coordinado con el plan imperial, ya que éste declaró en agosto de 2018 que el rescate de la economía venezolana debe contemplar un financiamiento por unos 80 mil millones de dólares para los siguientes dos años, unos 20 mil millones en donaciones de los multilaterales (Banco Mundial, ONU, Banco Interamericano de Desarrollo) y unos 60 mil millones por parte del Fondo Monetario Internacional (5)..

La intervención militar y la deuda externa son dos mecanismos de invasión y consolidación del dominio imperialista, ambos mortíferos para los pueblos donde avanzan.

El petróleo como objeto de la confrontación

La política petrolera chavista, plasmada en la Ley de Hidrocarburos fue una de las principales, y más importantes, reformas nacionalistas y desarrollistas que se produjeron durante la primera etapa del gobierno de Hugo Chávez. Era la principal y la más fundamental, porque enfrentaba frontalmente el núcleo del patrón de acumulación del capitalismo dependiente venezolano: la captura y la distribución de la cuantiosa renta petrolera.

A pocos meses del primer gobierno de Hugo Chávez, los sectores conservadores, reaccionaron frente a esta osadía del proceso bolivariano. Igual actitud asumieron las clases sociales que dependían del latifundio frente a la Ley de Tierras (otra de las reformas medulares).

Los intentos para derrocar a Chávez, estaban motivados por las pasiones desatadas en los principales afectados: los capitalistas nacionales (o locales) y el capital trasnacional y sus Estados  imperialistas. No se puede analizar la trama política que acompaña el avance del chavismo, sin considerar la particular lucha de clases que caracteriza esta economía capitalista dependiente y peotrolera.

Alí Rodríguez Araque siempre precisaba que la contradicción principal entre capital-trabajo, en nuestro caso y en nuestra época, estaba influenciada por la contradicción capital-tierra (recursos naturales) para destacar, de esta forma, la particularidad de nuestro capitalismo dependiente, cuya acumulación capitalista tiene una gran influencia de la renta petrolera.

Una de las vías para generar un proceso de distribución social de la renta entre los sectores populares y los sectores productivos nacionales, tenía como premisa principal el control de la fuente de generación y captura de la renta, vale decir: el control de la empresa petrolera estatal PDVSA.

A principios del gobierno de Chávez, la empresa petrolera estatal era resultado de una nacionalización que devino en la existencia de una Estado dentro del Estado, dado que PDVSA asumió la figura de una “corporación mundial” (definida así por su gerencia), donde ésta se convirtió en una casta sociopolítica alineada con los intereses del capital transnacional y  con la política energética de los Estados imperialistas.

Era, por tanto, comprensible la participación de la alta gerencia corporativizada de aquella PDVSA, en la estrategia insurreccional de la derecha y en el golpe de Estado contra el gobierno nacionalista-popular de Hugo Chávez (elegido bajo las reglas electorales de la democracia burguesa). Dicha acción terminó en una derrota desastrosa para los promotores del llamado “paro” petrolero.

En conclusión: la toma de la colina del poder fáctico concentrado en PDVSA, por parte del gobierno bolivariano de Hugo Chávez, se logró en 2003, la acción insurreccional que implicó el sabotaje de la industria petrolera se encontró con una correlación de fuerzas altamente favorable al chavismo, con una intensa movilización popular y una depuración de los mandos militares.

El nacionalismo promovido por Chávez, la unidad cívico-militar y el alto nivel de conciencia de los sectores populares, doblegaron la estrategia de una élite cuya cultura despreciaba al pueblo trabajador.

Más de una vez, la estrategia de la derecha opositora (obedeciendo instrucciones directas del Norte) ha sido, en la práctica, una de las mejores aliadas del avance del chavismo. El gobierno de Chávez se apoderó del control del Estado paralelo y autónomo que se había instaurado en PDVSA desde su nacionalización, y de esta forma pudo emprender un proceso de distribución de la renta petrolera entre sectores sociales desfavorecidos e intentar financiar el desarrollo de un modelo económico que presentaba como alternativo.

Buitres y tiburones

La discusión sobre el posterior uso adecuado de ese excedente petrolero bajo control del gobierno y la fuga del mismo a cuentas del exterior, es un debate que está pendiente en la hoja de balance de la historia de los gobiernos chavistas.

Sin embargo, en esta oportunidad, lo que interesa resaltar son los actores que están detrás del botín que se está subastando, en este momento, entre las potencias imperiales. Ese botín es la República Bolivariana de Venezuela, no sólo sus recursos naturales sino también su institucionalidad política, es decir su existencia como nación soberana e independiente.

En esta piñata, el rol de los representantes del capital financiero es definitivo, aunque este protagonismo no se haga tan evidente. Por supuesto, otros componentes del capital transnacional coparticipan en este saqueo imperial, por ejemplo los carteles energéticos y el complejo industrial militar estadounidense y europeo.

El capital financiero lo podemos clasificar en capital financiero trasnacional y capital financiero local (nacional).

La calificadora Standard & Poor (S&P), por más de 23 años ha mantenido una calificación de riesgo-país absolutamente sesgada (desfavorable) políticamente. Desde que se inició el Gobierno de Chávez, para los analistas financieros y para la opaca metodología de evaluación de riesgo país de la calificadora,  el objetivo real era descalificar políticamente una experiencia que iba contra los intereses del capital mundial.

Al mismo tiempo, dichas calificadoras se aprovechaban de la información que obtenían de las estadísticas oficiales, para usarla en la especulación financiera. Por supuesto, detrás de S&P y otras calificadoras de riesgo, están los grandes bancos de inversión, representantes de ese capital financiero mundial que ha dominando, desde mediados de la década de 1970, la lógica de acumulación planetaria.

Francisco Rodríguez, hasta no hace mucho representante del Bank of America en América Latina, y Ricardo Hausman son rostros intelectuales de los intereses del capital  financiero internacional y de las Instituciones Financieras Internacionales (IFI) cuyo principales exponentes son el Banco Mundial y el Fondo Monetario Internacional.

En territorio nacional, la banca local ha sido  la custodia final y secuestradora de esta renta petrolera, permitiendo su trasvase masivo al exterior.  Los grupos financieros nacionales, como Banesco y Banco Occidental de Descuento (BOD), y los trasnacionales como el BBVA, tuvieron una expansión exponencial sobre la base de la administración y concentración de la renta petrolera, facilitando su fuga al exterior.

Banesco llegó a superar a gigantes bancarios en España para adquirir bancos en ese territorio periférico de la Unión Europea, mientras que el BOD se focalizó en consolidar un monopolio bancario al mismo tiempo que fortalecía su influencia en las grandes decisiones financieras del gobierno, especialmente en la política cambiaria donde orientó sus esfuerzos en el desmonte del control cambiario.

El SITME ayer y hoy el Interbanex, son dos propuestas cambiarias que no salieron de las instituciones gubernamentales responsables de las políticas financieras y monetarias, sino de los núcleos de asesoría de la banca privada. Ya los banqueros no necesitaban estar en la presidencia del Banco Central ni en el Ministerio de Hacienda (hoy Finanzas) como lo hicieron en la IV República.

Con el poder que concentraron secuestrando la economía venezolana, aunado a la vocación negociante de algunos altos funcionarios gubernamentales  y a la mediocridad en el manejo de la política económica, pudieron y pueden influenciar  la política económica.

El gobierno chavista logra control sobre la administración de la renta petrolera en su captura y distribución primaria (PDVSA y el control cambiario), pero no establece mecanismos para evitar la fuga masiva de la misma al exterior y su uso eficiente en la transformación estructural. El gobierno tiene la vaca pero gran parte  la leche termina en manos de la burguesía local que la utiliza para la exportarla hacia el sistema financiero internacional.

La fuga de capitales y el desmontaje del control cambiario (altamente ineficiente y corrupto), logró que el Estado venezolano perdiera control sobre el destino final de la renta petrolera y permitió al capital financiero nacional e internacional determinar su política cambiaria, al grado de establecer el tipo de cambio.

Al mismo tiempo, el capital financiero internacional, fue adecuando su estrategia de captura de la economía venezolana: los marchantes de la banca internacional, lograron venderle a PDVSA (comandada por Rafael Ramirez), al Ministerio de Finanzas y al Banco Central un instrumento financiero que, en sus diversas variantes, consistió en la emisión de bonos denominados en dólares y que podía ser adquiridos en bolívares.

Este instrumento y la descontrolada emisión de pagares para financiar la caja de PDVSA, terminaron siendo una de las sogas (sino la principal) que logró amarrar el cuello de la “revolución bonita”. Este mecanismo se conviertió en un eficiente viaducto que permite una veloz y cuantiosa fuga de capitales protagonizada principalmente por los Amos del Valle contemporáneos (el poder fáctico concentrado en Caracas). No es el único mecanismo de fuga, pero sí el más legitimado y descarado.

El golpe de Estado que está en proceso, es la coronación de una estrategia que cierra con el reparto del botín de los activos de PVDSA y demás riquezas del Estado Nacional. El éxito de la implantación del gobierno de transición y la imposición de un gobierno aliado, permitirá la aplicación de un programa económico que implicará un endeudamiento masivo. La deuda externa generada por un probable gobierno de derecha, se encargará de blindar las cadenas de dependencia y control de los recursos naturales.

No sólo el petróleo y los recursos naturales son causa de la injerencia imperialista

Por otro lado, repetir que “lo que está detrás del golpe es sólo el petróleo” (y otras riquezas naturales) no solo  puede ser una obviedad sino una terrible omisión. No se debe reducir el análisis del caso venezolano y el actual encono intervencionista del imperialismo estadounidense y europeo, a la necesidad geoestratégica de controlar los yacimientos petrolíferos.

Es importante reconocer que, la batalla que se libra en Venezuela  es también una confrontación y contención de paradigmas que iban contracorriente con el status quo impuesto por el sistema de dominación del capital mundial. La batalla que se libra actualmente en Venezuela es también una confrontación geopolítica de carácter mundial.

Venezuela (gracias a la particular capacidad de Chávez de tejer alianzas internacionales) es un territorio de la nueva guerra fría. Lo que suceda en Venezuela no sólo pasa por Washington, sino pasa por Beijín y por Moscú.

Este análisis, que toca sólo uno de los factores estructurales de la economía venezolana, pretendió trascender los análisis macroeconómicos positivistas y neoclásicos que predominan tanto en las fuerzas de proimperialistas como en las fuerzas que se aglutinan en el polo izquierdo del espectro político venezolano (6), que se quedan en la superficie, acusando unos al gobierno y otros al bloqueo económico.

Omiten tanto el protagonismo de los actores, clases o poderes fácticos que determinan tendencias en la fragua de la lucha de clases, como a la características estructurales del capitalismo venezolano. No debe ser un análisis que se acota al diagnostico, sino que debe permitir proporcionar pistas para la construcción de una estrategia de política económica transformadora.

Dentro de estas pistas o temas podemos resaltar el peso de la deuda externa, el control de capitales, el control de cambio, el disciplinamiento de la banca privada (¿regulación o estatización/nacionalización?), la necesidad de retomar la política petrolera original (no la que se desvió bajo la gestión de Rafael Ramírez). Al mismo tiempo, asumir una estabilización inflacionaria no regresiva ni recesiva.

Elementos que analizaremos más adelante y que deben ser parte de la agenda de las fuerzas del cambio radical.

Notas

[1] Ver, https://www.spglobal.com/platts/en/market-insights/latest-news/oil/012419-guaido-plans-citgo-leadership-shakeup-new-venezuela-hydrocarbons-law-sources


[2] Ver, https://twitter.com/frrodriguezc/status/1088145585457250305?s=03


[3] Ver, https://twitter.com/ricardo_hausman/status/1088869505072332801?s=20
[4] https://www.project-syndicate.org/commentary/venezuela-catastrophe-military-intervention-by-ricardo-hausmann-2018-01/spanish?barrier=accesspaylog


[5] https://www.elpais.com.uy/economia-y-mercado/necesitan-montos-record-eventual-plan-rescate-venezuela.html


[6] Es tan interesante (como desesperante) observar a voceros de los factores que conviven en el chavismo cómo se han visto embriagados por las concepciones y paradigmas económicos hasta ahora defendidos por la derecha. Es así como vemos que defender la liberación/flexibilización cambiaria, criticar la “emisión inorgánica de dinero” (además atribuirle como principal causa de la inflación), proponerse la meta del “déficit cero”, utilizar una política monetaria bipolar con inclinación a ahogar el crédito a través de la contracción, flexibilizar las condiciones a la inversión privada…se han convertido en la referencia frecuente tanto en autoridades económicas gubernamentales como ex-ministros.

* Economista venezolano, integrante de la Sociedad de Economía Política Crítica (SER). Distribuido por el Centro latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE, http://estrategia.la

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